venerdì 22 aprile 2011

Mafie a nordest: sette riflessioni per parlarne

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Anche nel nordest operano le mafie. Dopo la recente inchiesta sulla finanziaria Aspide legata alla camorra e l'arresto di 25 persone [vedi qui] la questione ha fatto irruzione nel dibattito pubblico. Motivo in più per mettere in ordine alcune [7] riflessioni supportati da alcune [buone] letture.

1) «I fenomeni di criminalità organizzata per affermarsi e diffondersi devono trovare condizioni favorevoli nell'ambiente sociale e istituzionale» [Rocco Sciarrone]. Partiamo da qui. Quali sono le condizioni favorevoli di cui parla Sciarrone? Nel caso Aspide fortissima è stata l'omertà tra gli imprenditori taglieggiati, come ha fatto notare Sandro Mangiaterra sul Mattino di Padova: «a fronte di 132 società 'strozzate', le denunce si contano sulle dita di una mano» [a proposito di omertà «veneta» si veda qui e qui]. E non è mancato il supporto all'interno dell'organizzazione di persone del luogo, un elemento da tenere in forte considerazione. «I mafiosi, per espandersi in una nuova zona - sottolinea Sciarrone - devono trovare dei punti di accesso nelle maglie dei sistemi d'interazione. Questi punti di accesso possono essere rappresentati dalla presenza nel contesto di persone «affini», le cui reti d'interazione possono fungere da testa di ponte per avviare la penetrazione mafiosa».

2) Sono queste le mafie? E' così che operano? Aspide e il suo modus operandi - una gang specializzata nell'usura e nel «recupero crediti» amministrato con grado elevato di violenza – rischia di consegnarci un immagine distorta, o stereotipata, dell'insediamento delle mafie a nordest. L'ha notato un politico attento come Alessandro Naccarato: questo non è il comportamento «standard» delle mafie nei territori di nuovo insediamento. Innanzitutto perché non c'è un comportamento standard e poi perché accade, ed è accaduto anche in Veneto, che si stabiliscano delle alleanze opportunistiche tra imprenditori e organizzazioni mafiose: non delle sanguisughe che aggrediscono le vittime, ma piuttosto delle partnership commerciali [vedi qui]. «Sono consistentemente aumentate le occasioni, le forme e le opportunità di reciproca integrazione con la società civile che hanno offerto non solo nuove opportunità di occupazione per criminali professionisti ma anche prodotti e servizi ai cittadini» scrive Alessandro Dino. Le mafie possono far comodo, possono risultare alleati potenti negli affari e i soggetti economici locali non sono sempre vittime, ma volenterosi alleati [ricordiamo le aziende del nord coinvolte nei traffici di rifiuti o l'imprenditore Claudio Toffanello socio in affari con l'avvocato del clan Lo Piccolo] [vedi qui e qui]. La ricettività comporterebbe la possibilità per le organizzazioni mafiose di radicarsi all'interno di nicchie ambientali individuabili, e superare l'occasionalità di alleanze per affari, esplicitando così la potenzialità politica – il dominio del territorio - propria delle mafie. La prospettiva, sperimentata in Piemonte e Lombardia è di un salto [se non è già, in realtà avvenuto]: da un'attività delle mafie occasionale e concorrenziale o collaborativa con altri soggetti criminali operanti nell'area veneta, a quello di un sostanziale dominio all'interno di alcune nicchie ambientali, di alcuni settori economici, sviluppando forte capacità di interlocuzione con settori sociali diversificati [imprenditoria, finanza, professioni, politica] [vedi qui].

3) Le mafie come dei virus che attaccano un corpo sano? La «retorica del contagio» è la più potente immagine usata per spiegare l'insediamento delle mafie nei «nuovi» territori. L'utilizzo di questa immagine deve il suo successo al fatto che scagiona la società locale dalla responsabilità delle penetrazioni mafiose. La mafia nel mondo del caos criminale e dell'esotismo etnico rassicura coloro che a quei mondo si sentono estranei. Ci ricorda Isaia Sales come: «l'ipotesi etnica per cui i meridionali e i siciliani in particolare sarebbero portatori congeniti del virus mafioso non era semplicemente falsa ma è stata la copertura ideologica preferita dall'organizzazione per nascondersi tra le pieghe della società civile».

4) Le mafie non usano solo le minacce e i protagonisti non sono dei «malavitosi», non c'è bianco o nero. Occorre ristrutturare le nostre lenti: «le mafie tentano d'imporre il loro modello: quello dell'economia mafiosa - scrive Jean - Francois Gayraud [Divorati dalla mafia. Geopolitica del terrorismo mafioso] -, una mutazione che non può essere ridotta a una semplice economia criminale illegale e/o informale. Si tratta piuttosto di una specie mutante, ibrida, meticcia, che sfuma il confine tra l'economia sana e criminale: un nuovo sistema economico, un'economia grigia, intermedia, che opera una saldatura tra l'universo legale e quello illegale» [vedi qui]. Le mafie sono organizzazioni specifiche nate e sviluppatesi in determinati contesti, il loro insediamento in contesti nuovi porta ad una modificazione della loro natura «facendo prevalere la dimensione d'impresa rispetto a quella di 'società segreta'» [Sciarrone]. D'altronde le possibilità di trovare forme e luoghi dove far convivere pacificamente economia legale ed economia criminale si sono moltiplicate, potendo fruire del contributo di camere di compensazione istituzionali o para istituzionali interessate all'accumulazione e alla speculazione finanziaria [Alessandro Dino].

5) Se tutto è grigio, dove le ritroviamo le mafie? «Nella sfera legale dell'economia vengono privilegiati, […] i in settori 'protetti' - sottolinea Sciarrone - ossia legati a forme di regolazione pubblica dell'economia, caratterizzati da regolazione ridotta e da situazioni di rendita [attività commerciali, società immobiliari, servizi alle imprese e alle famiglie e, più in generale, i settori delle infrastrutture e dei servizi pubblici]» [vedi qui. «In generale i beni pubblici - scrive Carlo Donolo - risultano essere un terreno di caccia privilegiato e insieme un caso di successo per il crimine organizzato». Ed è sempre Donolo a segnalare come siano gli appalti «il vero e proprio laboratorio per cogliere in nuce la costruzione di tutte le condizioni che permettono all'illegalità di prosperare» [vedi qui].

6) Le mafie come specchio? Gli attori criminali come le mafie sono nello stesso tempo un potente rilevatore e uno specchio che deforma e ingrandisce i caratteri negativi della nostro tempo e del nostro territorio. , soprattutto, segnalano, in controluce, i cambiamenti avvenuti nella società in cui si radicano. In definitiva le mafie possono essere utilizzate come sensori della qualità sociale: la loro presenza e pervasività dicono molto dello stato di salute della nostra convivenza. Questo rovesciamento di visuale permetterebbe di ridefinire il problema: non tanto l'«assalto» - come titolano i giornali - di una forza esterna [la piovra], ma l'incontro e il radicamento di un modus operandi che riguarda anche noi [società veneta] il nostro rapporto con i beni comuni, con gli altri e con la società. La nostra crisi è il punto da cui partire per parlare delle mafie. D'altronde sottolinea Ada Becchi come «i fattori che consentono la formazione della criminalità organizzata non sembrano dunque derivare, e non in parte, dal mondo criminale, ma piuttosto da malformazioni, disfunzioni o incrinature delle istituzioni e delle regole del gioco» [sul tema del lavoro qui su gli appalti qui]
Anomia - assenza di regole – è il concetto che Paolo Perulli e Angelo Picchieri mettono al centro nel loro ultimo studio. La società del nord è affetta da anomia – raccontano - originata dalla «pressione individualistica e dalla mobilitazione particolaristica degli interessi». Più in generale è nell'espansione del carattere finanziario e speculativo del capitalismo settentrionale che viene rintracciata, dagli studiosi, una causa dell'espandersi dell'influenza delle mafie.

7) E la politica? La mafia non si accontenta di dominare il mondo criminale, ma si prefiggono, anche l'obiettivo di entrare a far parte dell'élite sociale, allontanandosi dai margini della società per poter accedere al cuore del sistema legale. «La specificità della mafia rispetto ad altre organizzazioni criminali sono state in genere rinvenute nei legami con la politica e nel condizionamento delle istituzioni» [Sciarrone]. Clodovaldo Ruffatto, Pdl, presidente del consiglio regionale del Veneto, è stato per dieci anni socio di Franco Caccaro, l'ex titolare della «Tpa Trituratori» di Santa Giustina in Colle [Pd] descritto come «il nostro ufficio al nord» da alcuni pentiti della camorra e in affari con l'imprenditore, legato ai casalesi, Cipriano Crianese. Il negazionismo di una parte della politica veneta [Giancarlo Galan che critica i giornali per i loro titoli «terroristici» all'indomani dell'arresto dell'avvocato dei Lo Piccolo residente a Padova o il sindaco leghista di Peschiera del Garda che nega la presenza delle mafie nel suo territorio dopo l'arresto per usura ed estorsione di tre affiliati al clan camorristico Licciardi] sono solo una piccola parte, forse la più inoffensiva di una generale incapacità di intravedere le modificazioni che stanno avvenendo. Il dispositivo retorico più devastante sia quello utilizzato, ad esempio, da Luca Zaia che fa un discorso di questo tipo: le infiltrazioni mafiose ci sono, sono pericolose e vanno combattute perché minacciano «il tessuto sano dell'imprenditoria veneta». Viene così utilizzato a piene mani la metafora assolutoria del contagio.
D'altronde il problema è il tipo di rapporto che la politica intrattiene con gli interessi particolari: nell'indagine sulla corruzione della guardia di finanza e sul sistema di evasione di decine di imprenditori del vicentino [vedi qui] è emerso che uno dei protagonisti della cricca invocava un'interrogazione parlamentare ad hoc che mettesse a bada la magistratura. L'interrogazione da parte di parlamentari leghisti ci fu. La politica è un semplice strumento di facilitazione degli affari? Se è questo – la tesi verrebbe suffragata dall'opinione di diversi politologi [Marco Almagisti, Patrizia Messina] che hanno studiato il ruolo della politica nei confronti dello sviluppo economico del Veneto – vi sono tutte le condizioni perché la politica contratti con diversi affari e di diversa natura. D'altronde il problema principe è la crescita comunque, o no?

Per chi si pone il problema della lotta alle mafie in questi territori è fondamentale uscire dalla «sindrome dell'autore» [Ernesto Savona] pensando cioè che arrestando gli autori si possa ridurre la criminalità, concentrando l'attenzione sulla propensione degli individui invece che sulla cura dei luoghi e dei contesti dove i crimini attecchiscono [assecondando così le più reazionarie visioni criminologiche oggi trionfanti]. Ha ragione Enzo Ciconte: la politica securtaria della Lega ha oggettivamente aiutato l'insediamento delle mafie [su Lega e legalità vedi qui].

E' la mancanza di fiducia nella possibilità di convivenza e cambiamento collettivo che produce la caduta delle inibizioni rispetto alle pratiche dominanti ed illecite [Carlo Donolo]. Una società resa insicura, frammentata, popolata di individui spauriti e rassegnati è che ciò che serve alle mafie [e al liberismo predatorio che le somiglia] per operare serenamente.


Ada Becchi, Criminalità organizzata. Paradigmi e scenari delle organizzazioni mafiose in Italia, Donzelli, Roma, 2000
Alessandro Dino [a cura di ], La criminalità dei potenti e metodo mafioso, Mimesis, Udine, 2009
Carlo Donolo, Disordine. L'economia criminale e le strategie della sfiducia, Donzelli, Roma, 2001
Jean-Francois Gayraud, Divorati dalla mafia. Geopolitica del terrorismo mafioso, Elliot, Roma, 2010
Paolo Perulli, Angelo Picchieri [a cura di ], La crisi italiana nel mondo globale. Economia e società al nord, Einaudi, Torino, 2010
Rocco Sciarrone, Mafie vecchie e mafie nuove. Radicamento ed espansione, Donzelli, Roma, 2009
Ernesto Savona, Riflessioni sulla criminalità dei colletti bianchi dopo la crisi dei mutui subprime in Alessandro Dino [a cura di ], op.cit.

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lunedì 11 aprile 2011

DI AMIANTO DI CAPPELLA CANTONE (Cremona). ORA CI RIPROVANO

Entro la fine di questo mese di aprile la Regione Lombardia deciderà se accettare o meno le modifiche al progetto della discarica di amianto di Cappella Cantone presentate da Cavenord, ora di proprietà della Locatelli. Affermiamo fin d’ora che le osservazioni aggiuntive di Cavenord sono risibili e insostenibili. Aggiungere due metri di sabbia e ghiaia non risolve il problema dell’affioramento delle acque. Quella zona si allaga facilmente dopo solo un semplice temporale (come abbiamo ampiamente documentato in questi anni). Inoltre i cambiamenti climatici hanno portato ad un aumento annuale della piovosità rispetto ai dati medi del passato provocando più frequentemente alluvioni e allagando anche le discariche esistenti, come è successo ultimamente in Veneto.
Diffidiamo pertanto i responsabili che vaglieranno queste nuove proposte (presentate quasi clandestinamente alla scadenza dei termini) a modificare il giudizio negativo sull’intero progetto.
Riassumiamo brevemente i fatti.
A) Il 17 novembre 2010 la Regione rende noto che la Cavenord ha dieci giorni di tempo per presentare controdeduzioni, diversamente la discarica non si farà.
B) Alla scadenza dei dieci giorni, visto che non viene resa pubblica la notizia dell'avvenuto deposito delle controdeduzioni, tutti gli organi di stampa e gli enti interessati ritengono chiusa la vicenda.
C) Solo dopo due mesi la Regione rende noto che Cavenord aveva presentato le sue controdeduzioni il 26 novembre 2010, ultimo giorno utile!
E questo è solo l’ultimo episodio di mancanza di trasparenza e correttezza. Perche’ la Regione si comporta cosi’? La verità è che la Regione Lombardia e Cavenord vogliono imporre a tutti i costi e con ogni mezzo la realizzazione della discarica di amianto a Cappella Cantone. Attorno alla ex cava di Cappella Cantone vi sono interessi economici privati enormi che vanno ad intrecciarsi inevitabilmente con le istituzioni e con mafie economiche di varia natura. Le discariche sono l’affare del secolo.
Ricordiamo che la ditta Locatelli, che ultimamente ha rilevato il 100% della Cavenord, ha dato lavori in subappalto alla Perego General Contractor srl, tra le più importanti imprese lombarde del movimento terra, ora fallita, e che era finita nelle mani della n’drangheta. L’indagine della Magistratura ha portato all’arresto di Ivan Perego, proprietario della ditta.
Intanto continua la sistematica campagna mediatica di disinformazione e manipolazione.
L’assessore regionale competente per l’autorizzazione degli impianti di smaltimento dell’amianto, Daniele Belotti (Lega), afferma in un convegno su rifiuti e infiltrazioni della n’drangheta, organizzato dalla provincia di Milano a fine gennaio scorso, che la gestione e il trattamento a km zero restano una via seria per combattere l’infiltrazione della criminalità in questo settore. E continua: meglio avere impianti realizzati a norma a basso impatto ambientale controllati e frutto di tecnologie all’avanguardia invece di rischiare di soggiacere alle regole della criminalità lasciando spazi a chi, senza scrupoli, prende scorciatoie e alimenta traffici illeciti.
E ancora, in un articolo del Corsera del 27 marzo 2011, Belotti offende tutti noi cittadini impegnati per la tutela della nostra salute e del territorio affermando che abbiamo un atteggiamento masochistico preferendo l’eternit sui tetti piuttosto che accettare una discarica innocua nella vicinanza di casa nostra.
Sempre in questo articolo si afferma che la Regione e le ditte che si occupano di rifiuti speciali vorrebbero smaltire l’amianto in Lombardia come fanno in Germania: “uno strato di isolante, quindi le balle di amianto infine si ricopre tutto di terra”.
L’instancabile assessore firma anche la prefazione di un opuscolo informativo sull’amianto dell’associazione Gaia Italia. In questo opuscolo si afferma, senza offrire riscontri tecnico-scientifici, che il metodo migliore per lo smaltimento dell’amianto è la discarica e che sugli impianti di inertizzazione ci sono alcuni dubbi. Ci informa anche che non esistono attualmente impianti di incenerimento dell’amianto (cogliamo l’occasione per informare assessore & C. che l’amianto non si può incenerire ed è per questo che non potranno MAI esistere impianti di questo tipo).
Queste affermazioni non solo sono prive di fondamento, ma costituiscono un ulteriore elemento di manipolazione della realtà.
Invitiamo l’assessore regionale ad informarsi meglio sulla materia (ma se non sa queste cose cosa rimane a fare in quel posto?). La discarica non è la migliore tecnologia disponibile per smaltire l’amianto; le discariche di amianto non sono innocue; tutti e cinque i progetti di discarica al vaglio della Regione, Cappella Cantone (CR), Treviglio (BG), Brescia, quartiere San Polino, Travagliato (BS) e Cava Manara (PV), sono troppo vicini ai centri abitati ed in presenza di falde acquifere affioranti; a Montichiari l’area dove deve sorgere la discarica è ancora sotto sequestro perché si smaltivano illecitamente rifiuti inerti prima di avere l'autorizzazione. E poi il trattamento a ‘km zero’ non garantisce affatto la tutela da infiltrazioni mafiose! La ditta Locatelli, che vuole fare il business a Cappella Cantone, ha sede legale in Lombardia, ma ha dato piu’ volte subappalti a ditte che poi risulteranno coinvolte in inchieste sulla n’drangheta. ( vedi il nostro comunicato dell’agosto scorso http://cittadinicontroamianto.blogspot.com/2010/08/la-discarica-non-sha-da-fare-cappella.html)
La verità è che contro le esigenze dei cittadini si sono mossi e si muovono interessi privati e pubblici che hanno come unico obiettivo la realizzazione di profitti a scapito della vita e della salute dei cittadini.
Non è vero che la responsabilità della mancanza di impianti di smaltimento dell’amianto è dei cittadini che non li vogliono vicino a casa.
Il problema reale dello smaltimento è che si vogliono aprire discariche a tutti i costi in luoghi e situazioni pericolose ed in contrasto con la stessa normativa.
E’ una vergogna continuare a leggere affermazioni superficiali e sbrigative come quelle dell’assessore Belotti, supportate da associazioni che si professano ambientaliste, ignorando o manipolando il lavoro di approfondimento e divulgazione fatto da alcune associazioni, comprese le nostre.
Ricordiamo che il dott. Plescia, nella conferenza che abbiamo organizzato a San Bassano (CR) l’anno scorso, ha illustrato i pregi e i difetti dei vari metodi di smaltimento dell’amianto e ha contribuito a sgombrare il campo dai luoghi comuni e dalle superficialità. Ha spiegato che il rifiuto amianto sotto terra libera fibre che vanno nel percolato e questo percolato finora in Italia non viene trattato adeguatamente, risultando pericoloso per la salute delle persone. La discarica non elimina il rifiuto, ma rischia di esaltare gli effetti negativi contenuti nello stesso. Ha illustrato e informato sullo stato della ricerca e applicazione relativa agli impianti di modificazione cristallo-chimica dell’amianto e alla loro validità come alternativa all’interramento.
Per concludere: noi ribadiamo, per l'ennesima volta, che sulla base delle intercettazioni pubblicate sulla stampa nei mesi scorsi e sulla base dei dati certi contenuti nel nostro esposto alla Magistratura, quest'ultima è sollecitata ad intervenire.
Bisogna continuare la mobilitazione, insieme a tutti gli altri comitati della Lombardia e in Italia che si oppongono alla realizzazione delle discariche di amianto, perché si arrivi ad una moratoria di tutte le autorizzazioni in corso e si rivedano le regole vigenti che non sono sufficienti a garantire che lo smaltimento dell’amianto non provochi ancora morti come ha fatto l’uso scorretto e criminale dell’amianto stesso.

Mariella Megna – Cittadini contro l’amianto
Giorgio Riboldi – SU LA TESTA l’altra Lombardia
Carmine Fioretti - CUB Confederazione Unitaria di Base

Cremona, 11 aprile 2011